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A 50 anni dall’uscita del film-cult di Dario Argento, rimane il mistero sul vero autore dei dipinti horror tele nella casa della sensitiva massacrata a colpi di mannaia
A 50 anni dalla sua uscita (era il 1975) il giallo (pittorico) di «Profondo rosso» resiste. E, ormai, non c’è più nessuna possibilità di risolverlo; a meno che il regista Dario Argento non si decida, dopo mezzo secolo, a svelarlo. Ma, se non lo ha fatto finora, vuol dire che dietro l’«arcano del dipinto rivelatore» c’è forse qualcosa di inconfessabile.
Il ventaglio delle ipotesi è ampio e va da venali contrasti economici a più complesse implicazioni artistiche; se poi ci aggiungiamo un pizzico di umane debolezze (invidie, puntiglio, rancori e questioni di principio), ecco che il quadro si completa. E il termine «quadro» è perfetto per raccontare la controversa vicenda della scena-chiave del film che ha come «coprotagonista» proprio una tela: esattamente quella nella quale si riflette il volto dell’assassino per una frazione di secondo, un istante troppo breve perché sia lo spettatore sia il personaggio centrale del film lo notino.






