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Nel 1976, Jody Scheckter e Patrick Depailler la portarono in pista tra lo scetticismo generale: la macchina rispose bene, ma poi iniziarono i problemi

L'uomo seduto al vertice del lungo tavolo si riavvia i capelli lisci e spessi, rivelando uno sguardo teso. Lui e i tecnici stanno visionando i progetti da ore, ma pare tutto un assurdo rompicapo. Il problema è che le macchine inglesi rosicchiano frazioni di secondo in curva, ma poi quella maledetta rossa sprigiona una velocità incontenibile in tutti gli altri settori. Come fai a riprenderla? Ken Tyrrell molla i fogli sul tavolo e fissa negli occhi il suo ingegnere capo: dobbiamo mettere da parte la razionalità e osare di più, amico mio.

Ecco, dev'essere risuonata più o meno così, quella singolare scenetta. Perché esiste un confine labile, in Formula 1, che separa la genialità dalla follia. Negli anni Settanta quella linea veniva tracciata a matita, cancellata e riscritta ad ogni Gran Premio. Era l’epoca delle idee che sgorgavano grezze nei garage, delle officine dove l'aria era addensata d’olio e pure di certi sogni improbabili. Un’intuizione, in quel periodo, valeva ancora di più di un freddo calcolo. In quell’ecosistema romantico e pericoloso, un inglese dal volto pacato e dalla mente incendiaria, Ken Tyrrell - appunto - decise di sbattersene della logica.