L’idea di società è piuttosto strana. Ognuno di noi ha una serie di valori e codici morali, in parte autocostruiti e in parte ereditati culturalmente, che costituiscono quella che chiamiamo la nostra etica individuale. Concepire una sorta di denominatore comune di tali etiche e poi immaginare che possano funzionare collettivamente come un codice per unire un gruppo di individui è, se non un’idea apparentemente impossibile, quantomeno altamente improbabile. Tuttavia, fin dai tempi di Omero, ci abbiamo provato. I Greci decisero che anche i cittadini divini di una società olimpica si comportavano male e davano cattivi esempi ai mortali. San Tommaso d’Aquino, riflettendo sulla questione, decise che, affinché le norme morali fossero utili, dovevano essere universali, applicabili a tutti dal re al contadino. Se la filosofia sociale sogna un’uguaglianza utopica e la giustizia per tutti, la letteratura preferisce soffermarsi sulle eccezioni e descrivere Orlando e Bradamante come esseri morali tutt’altro che perfetti.
Nella letteratura come nella vita c’è bisogno di tatto
di Alberto Manguel
Tra la fine del XII secolo e l’inizio del XIII, uno di questi codici morali perfetti fu sviluppato sulla base delle regole di condotta individuali di una serie di personaggi storici e leggendari. Questi eroi etici, che erano nati o erano diventati personaggi letterari a pieno titolo, sostenevano in linea di massima norme morali universali che includevano l’etica guerriera ereditata dal mondo antico, la pietà cristiana richiesta dai Padri della Chiesa e il comportamento convenzionale dei cortigiani, traendo insegnamenti dal mondo della battaglia, dai dogmi della Chiesa e dai rituali di corte.






