Quando gli antichi discutevano di giustizia, il primo riferimento non erano i codici, le sentenze o leggi scritte; erano gli dèi. Dike, Maat, Ṛta, in Grecia, in Egitto, in India, la giustizia rappresentava un ordine cosmico prima ancora che una norma umana. Non si amministrava, si onorava. Rappresentava l’equilibrio tra cielo e terra, tra uomo e comunità, tra gesto e conseguenza. Per millenni, il bisogno di ordine morale e la paura dell’ingiustizia hanno trovato rifugio nel sacro, nei templi prima che nei tribunali. Non stupisce, allora, che la fiducia e la cooperazione — mattoni invisibili di ogni civiltà — abbiano trovato fondamento non tanto nella razionalità astratta, ma in uno sguardo superiore, invisibile e onnipresente. Questo è il terreno su cui si muove la teoria dei “Grandi Dèi”.

Il dilemma della cooperazione tra estranei

A partire con la rivoluzione del Neolitico e fino all’età del Bronzo Antico, quando le città cominciano a sorgere lungo le rive dei fiumi e gli esseri umani iniziano a vivere circondati da estranei, le comunità, fino ad allora basate sulla prossimità del sangue e su volti familiari, si trovano di fronte a un problema inedito: come mantenere alti livelli di cooperazione su larga scala senza più il vincolo della parentela? Come fidarsi di chi non condivide i propri geni, la propria origine, la propria memoria collettiva? Il problema diventa cruciale perché, come abbiamo visto nel Mind the Economy della settimana scorsa, con la crescita dimensionale dei gruppi le punizioni informali e la reputazione da sole non bastano più a scoraggiare opportunismo, violenza e tradimenti. La giustizia non può più affidarsi soltanto al monitoraggio decentralizzato dei pari. E’ necessario un meccanismo più avanzato: un occhio capace di vedere tutto, anche nell’ombra. È qui, secondo l’ipotesi avanzata da Ara Norenzayan nel suo Grandi dèi. Come la religione ha trasformato la nostra vita di gruppo (Cortina, 2014), che entrano in gioco le prime religioni monoteiste o, come le chiama Norenzayan, delle religioni prosociali. Nascono architetture di credenze, riti e pratiche incentrate sull’esistenza di dèi che non sono solo onniscienti e punitivi, ma soprattutto moralizzatori; fatto inedito in tutte le religioni precedenti. Le religioni prosociali non sono, per Norenzayan, semplici prodotti culturali, ma vere e proprie infrastrutture evolutive che rendono possibile l’ascesa delle civiltà complesse.