C’è un’auto, laggiù oltre l’Atlantico, che si chiama Ford Bronco e che, a guardarla, sembra essere saltata fuori da un film di John Ford girato in Technicolor: il cielo è sempre azzurro, il deserto rosso, e l’eroe – cappello a tesa larga, sigaretta tra i denti – guida verso l’orizzonte con la certezza che il mondo finisca dove finisce la strada.
Solo che qui se la strada finisce prima, e comincia il nulla, il Bronco ci va lo stesso.
È lungo quattro metri e ottantuno centimetri, pesa quanto un piccolo elefante, costa caro (72 mila euro) e ha una griglia anteriore con la scritta BRONCO così grande che sembra un cartellone pubblicitario per se stessa. I fari sono nuovi, il paraurti è ridisegnato, i parafanghi sono più larghi, le sospensioni più alte, i pneumatici da trentacinque pollici sembrano le ruote di un trattore che ha deciso di fare il giro del mondo.
Gli americani non si smentiscono mai
E poi c’è il GOAT, che non è una capra ma un acronimo: Goes Over Any Type of Terrain. Gli americani, si sa, quando devono vendere un’idea la vendono con la stessa enfasi con cui vendono un hamburger: grande, rumoroso, e con la certezza che tu, dopo, ne vorrai un altro. Il Bronco è un fuoristrada puro, uno di quelli che non chiedono scusa a nessuno. Non è un SUV travestito da salotto, non è un giocattolo per il weekend, non è un’auto per andare a prendere i bambini a scuola. È un’auto per andare dove la scuola non c’è, dove la strada è un ricordo, dove l’asfalto è un’utopia.






