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Questa settimana sui media si è parlato molto della cosiddetta tassa sugli affitti brevi, dovuta dai proprietari di appartamenti affittati ai turisti attraverso piattaforme online come Airbnb. Il governo vorrebbe aumentarla dal 21 al 26%, ma Forza Italia e Lega si sono detti contrari e pronti a opporsi durante la discussione della legge di bilancio. Il confronto interno ha portato il governo a proporre soluzioni diverse e contraddittorie nel giro di pochi giorni, alimentando molta confusione.

La tassa, intanto, non è una tassa ma un’imposta: le tasse si pagano allo Stato o agli enti locali in cambio di servizi puntuali come la raccolta dei rifiuti, mentre le imposte contribuiscono a sostenere più in generale i servizi pubblici (la sanità, le scuole eccetera). Nel caso degli affitti – lunghi o brevi – da anni il governo ha concesso di pagare l’imposta attraverso la cedolare secca, con un’aliquota fissa, cioè una percentuale fissa sugli incassi degli affitti. Senza la cedolare secca, questo reddito dovrebbe essere sommato a tutti gli altri redditi, da cui poi calcolare tasse e imposte, come l’IRPEF o le addizionali locali dovute alle regioni e ai comuni. Di fatto, la cedolare secca è un modo per semplificare le procedure e per scoraggiare l’evasione fiscale.