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Ultimo aggiornamento: 12:13

Giocare una partita di campionato all’estero: un tabù che ha fatto e continua a far discutere. Era l’idea di Liga e Serie A, dopo le proteste dei tifosi e soprattutto degli altri club, è saltata Barcellona-Villarreal a Miami. Rimane Milan–Como, in calendario fino a prova contraria il prossimo 7-8 febbraio a Perth, ma attenzione perché neppure questa è sicura al 100%: nonostante il via libera, molto poco entusiasta per usare un eufemismo, da parte della Uefa, in Lega Calcio non è ancora arrivata l’autorizzazione della Federcalcio australiana e soprattutto della Confederazione asiatica. E senza quella non si può giocare.

La questione ormai è nota e vale 12 milioni sonanti, 4 per l’organizzazione dell’evento, gli altri 8 per le casse dei club coinvolti (e della Lega). Di fronte a queste cifre, e alla possibilità di promuovere il nostro calcio nel mondo, la Serie A non ci ha pensato due volte a portare una partita di campionato dall’altra parte del pianeta, complice l’indisponibilità di San Siro durante le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. La stessa idea l’aveva avuta anche la Liga spagnola di Javier Tebas con gli Stati Uniti, con esito differente, però. Se da noi infatti la protesta si è limitata alle dichiarazioni di qualche giocatore riottoso (Rabiot del Milan, a cui ha rimbrottato l’amministratore delegato della Serie A, De Siervo) e un paio di striscioni allo stadio dei tifosi del Como, decisamente più burrascosa è stata l’accoglienza in Spagna: la grande differenza è che mentre i club italiani erano tutti concordi sull’iniziativa, quelli spagnoli si sono spaccati (la fronda guidata dal Real lamentava una disparità di trattamento col Barcellona), con tanto di contestazione plateale dei giocatori, che nel corso dell’ultima giornata sono rimasti fermi per 15 secondi in mezzo al campo. E così alla fine la trasferta in Usa è stata rinviata a data da destinarsi, come annunciato ufficialmente dalla Liga negli ultimi giorni.