Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

Ultimo aggiornamento: 12:57

di Sabrina Rossi (psicologa e psicoterapeuta in formazione)

Il femminicidio di Pamela Genini non può essere compreso solo come un dramma individuale, ma come il sintomo estremo di una realtà molto più profonda e che ci riguarda tutti indistintamente. La sua morte non può essere interpretata attraverso le lenti riduttive della gelosia o del raptus incontrollato. Essa rappresenta l’esito finale di un processo psichico patologico, in cui la donna viene annullata non perché amata troppo, ma perché non riconosciuta più come essere umano. Pamela è stata uccisa non per passione, ma per esistenza: perché, nel momento in cui ha affermato la propria autonomia, è diventata intollerabile per chi non era in grado di accettare la libertà dell’altro.

Da questo caso emerge con forza una domanda essenziale: dove nasce la violenza di genere? Per comprenderlo, è necessario scendere più in profondità, là dove si annida una patologia del pensiero. Le radici culturali e religiose, con il loro retaggio patriarcale, hanno indubbiamente alimentato nel tempo l’idea di inferiorità femminile, legittimando ruoli di sottomissione. Tuttavia, questi elementi da soli non bastano a spiegare la violenza estrema dei femminicidi.