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Ultimo aggiornamento: 12:25
In vista dell’inizio del quarto inverno dall’avvio dell’invasione dell’Ucraina ordinata da Mosca, Kiev sta portando avanti con sempre maggiore decisione la sua strategia di attacchi alle infrastrutture energetiche sul territorio russo. L’ultimo episodio in ordine di tempo risale a domenica scorsa e ha interessato l’impianto di trattamento del gas naturale di Orenburg. Droni ucraini hanno seriamente danneggiato la struttura, una delle più importanti al mondo e che si trova a oltre mille chilometri dal confine tra Russia e Ucraina. Una distanza che, da un lato, mostra chiaramente la capacità di colpire in profondità a opera delle forze armate al comando di Kiev e, dall’altro, chiama in causa un altro attore che negli ultimi tre anni e mezzo più di una volta si è visto suo malgrado coinvolto: il Kazakistan.
Orenburg si trova infatti nei pressi del confine tra la Russia e la repubblica centro asiatica, gigante del settore degli idrocarburi. Gestito da Gazprom, l’impianto russo è in grado di produrre e trattare fino a 45 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno, una quota raggiunta utilizzando gas che si trova sul territorio russo e quello proveniente dal giacimento kazaco di Karachaganak. Quest’ultimo non è un deposito qualunque. Scoperto nel 1979, è uno dei più grandi giacimenti di gas condensato al mondo ed è gestito da un consorzio internazionale che comprende nomi come Chevron, Shell ed Eni, che ne detiene una quota pari quasi al 30%. Anche la russa Lukoil e la società statale kazaca KazMunayGaz detengono partecipazioni, seppur in quota minore. Lo scorso anno si è arrivati a un accordo sulla costruzione di un nuovo impianto di trattamento del gas nei pressi del giacimento, con una capacità fino a quattro miliardi di metri cubi l’anno, ma al momento la pratica è sospesa.









