L’attesa di Elly è essa stessa Elly. No, non è un gioco di parole, una capriola dialettica, ma si tratta di analisi logica applicata alla politica e al delicato caso dell’onorevole Schlein. Se infatti, dopo quasi mille giorni dalla sua elezione alla guida del Pd (per i feticisti dei numeri, sono ben 944 giorni, dal 12 marzo 2023: quindi tra meno di sei mesi saranno tre anni), ancora stiamo qui a chiederci se Elly evolverà, se crescerà politicamente, se saprà darsi un profilo diverso, allora vuol dire che tanto tempo è passato invano, che le occasioni perdute prevalgono su quelle colte, che il momento della maturità potrebbe non arrivare mai, che siamo davanti a un percorso incompiuto.
Anche nella vita privata, tutti noi siamo e saremo - con ogni probabilità - ciò che già siamo stati. È ben raro e difficile che il futuro ci veda magicamente trasformati rispetto alle nostre esperienze passate. E lo stesso vale nella vita pubblica: gli istinti, i riflessi, le attitudini possono essere affinati o modellati, magari orientati con maggiore saggezza, ma non certo stravolti.
Fuor di introspezione psicologica o psicopolitica, è chiara a tutti la situazione di impasse in cui si trovano oggi il Pd e l’intero fronte progressista. La doppia scommessa su cui avevano puntato i dirigenti dell’ipotetico campo largo non si è per ora rivelata vincente: per un verso, la coalizione non c’è ancora, a dispetto della disposizione “testardamente unitaria” della Schlein; per altro verso, non si vedono segni di logoramento della leadership di Giorgia Meloni.






