«Allora, qual è secondo voi il titolo? È difficile trovarne uno». Elly Schlein è carica a molla. La segretaria del Pd ha appena finito di attaccare a testa bassa Giorgia Meloni dal suo scranno a Montecitorio («Avevate i numeri per fare tutto e non avete fatto nulla per gli italiani. Ce ne occuperemo noi»). E in Transatlantico si ferma coi cronisti per commentare i 54 minuti di intervento della premier. «Mi è sembrato un discorso di auto convincimento», sorride la leader dem. «Un comizio referendario postumo su un terreno su cui ha già perso, su cui gli italiani l’hanno già bocciata. Uno si poteva aspettare un rilancio su qualche tema... Invece, il solito repertorio».

Eccola, la convinzione che dopo l’informativa di Meloni accomuna tutti i protagonisti del campo progressista: la botta del referendum la premier l’ha avvertita eccome. E non si è ancora del tutto ripresa, nonostante ieri abbia provato a rilanciare. E così i leader delle opposizioni mettono in pratica gli insegnamenti dell’Arte della guerra di Sun Tzu e colpiscono ciò che è debole. O che ritengono tale. E il punto debole del governo per il centrosinistra è il Paese reale: salari, bollette e sanità. Ecco Giuseppe Conte: «Lei racconta una realtà mitologica, la sveglia referendaria non è suonata a Palazzo Chigi. Dice “faremo” ma ha un grande futuro alle spalle» – alza la voce il presidente pentastellato. «Ha citato grandi numeri, ma non due numeretti: quattro anni, zero riforme». Applaude forte Schlein, che quel numero – quattro – lo mimerà più volte verso i banchi del governo, come dire: perché non l’avete fatto prima?