Portare il lavoro in carcere, e i detenuti fuori dal carcere per lavorare, è forse la sfida più difficile, e al tempo stesso più stimolante, della Fondazione Industriali. Il grado di complessità la Fondazione l’ha percepito nei mesi scorsi, in cui si è prodigata affinché il protocollo d’intesa sottoscritto il 25 febbraio nella casa circondariale di Cuneo diventasse operativo. Quel giorno Mario Antonio Galati, provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria, aveva sottolineato la natura rivoluzionaria del protocollo: «Noi finora abbiamo offerto delle opportunità lavorative importanti nei nostri istituti, ma il protocollo porterà con sé un’abitudine nuova, quella a rendere la propria giornata attiva in funzione di calcoli imprenditoriali, non assistenziali».

Galati aveva anche rimarcato come, oltre al carattere del dare e avere di ogni rapporto di lavoro, il lavoro in carcere abbia un valore aggiunto, quel ritorno sociale dato dall’imprenditore che investe, e del detenuto che investe su se stesso. Se il ritorno non è soltanto economico, ma anche sociale, il modus operandi è al 100% imprenditoriale, concreto, cinico, orientato al risultato e basato sui numeri.

Proprio due numeri, il tasso di recidiva del 70% della popolazione carceraria e quello del 2%, se si guarda solo ai circa 20 mila detenuti che lavorano, esplicitano quanto sia attuale la mission della Fondazione Industriali, che risponde a quella tensione alla rieducazione del condannato descritta nell’articolo 27 della Costituzione.