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Una misura pensata per spingere la moneta digitale e ridurre l’evasione, ma che non elimina del tutto il peso delle commissioni a carico degli esercenti

Pagare con carta è ormai un gesto istintivo: un tap sul terminale e la transazione va a buon fine. Ma per chi sta dall’altra parte del bancone, quel gesto ha un prezzo. Ogni operazione con il POS comporta una commissione, piccola ma costante, che riduce i margini di guadagno e incide sul bilancio di negozianti, artigiani e professionisti. Per rendere meno pesante questa voce di spesa, lo Stato ha introdotto il Bonus Pos, un credito d’imposta che consente di recuperare fino al 30% delle commissioni sui pagamenti elettronici. Una misura nata per incentivare l’uso della moneta digitale, ma anche — e soprattutto — per aumentare la tracciabilità dei flussi di denaro, arma centrale nella lotta all’evasione fiscale.

La direzione del Governo è chiara: più pagamenti elettronici, meno contante. L’obiettivo è ridurre l’economia sommersa, che in Italia vale ancora oltre 170 miliardi di euro, secondo le stime Istat. Proprio per questo, dal 1° gennaio 2026, scatterà l’obbligo di collegare il Pos direttamente al registratore di cassa, così da rendere immediato il tracciamento delle operazioni. Un passo in avanti per l’amministrazione fiscale, ma una complicazione in più per chi gestisce un’attività. Le commissioni, infatti, restano a carico degli esercenti: una percentuale apparentemente minima che, moltiplicata per centinaia di transazioni, può pesare in modo non trascurabile su bar, tabaccai o piccoli esercizi commerciali.