Come si fa a passare, nel giro di poche ore, dal negare il ruolo di Facebook nell’elezione di Donald Trump nel 2016 a ventilare la possibilità di trasformare il social network di cui si è proprietari in un “giornale digitale”, per sostenere la propria personale corsa alla presidenza degli Stati Uniti?
Si può, se si è il fondatore di Facebook (oggi Meta): Mark Zuckerberg. Che nel memoir “Gente che se ne frega” – scritto dalla ex responsabile delle politiche globali di Facebook, Sarah Wynn-Williams, e appena uscito in Italia per la nuova Silvio Berlusconi editore (Mondadori) – viene ritratto come un uomo distaccato dalla realtà, che in pochi anni passa da un apparente idealismo a un totale cinismo, che sembra scoprire anche i più elementari meccanismi della politica solo quando ci si scontra, restandone in parte disgustato e in parte affascinato. E che è circondato da uno staff incapace – e forse nemmeno intenzionato – a placarne le ambizioni e la spregiudicatezza.
Il posto privilegiato di Wynn-Williams
Ma il racconto di Wynn-Williams non inizia dipingendo Facebook e Zuckerberg come il male assoluto. Al contrario, questa storia inizia con il classico racconto formativo dei social network, mostrando come le loro potenzialità positive – dal punto di vista politico e informativo – fossero state espresse nel corso delle Primavere Arabe, che nel 2011 mostrarono (anche se il loro ruolo è stato probabilmente esagerato) come Facebook e Twitter potevano diventare strumenti per diffondere democrazia e libertà.






