La commissione Cultura della Camera ha approvato mercoledì 15 ottobre un emendamento che vieterebbe l'educazione sessuale e affettiva nelle scuole secondarie di primo grado: le scuole medie. Il testo modifica un disegno di legge presentato dal ministro dell'Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, che prevede l'obbligo per le scuole di ottenere il consenso informato scritto delle famiglie prima di organizzare qualsiasi attività su temi legati alla sessualità.La proposta originale del governo stabiliva quindi che alle superiori questi corsi sarebbero possibili solo col consenso dei genitori, vietandoli invece a infanzia e primarie.L'emendamento della Lega, firmato dalla deputata Giorgia Latini, estende il divieto anche alle medie, escludendo gli studenti tra gli 11 e i 14 anni da qualsiasi attività didattica o progettuale sui temi sessuali, compresi i percorsi su malattie sessualmente trasmissibili, prevenzione delle gravidanze precoci e contrasto alla violenza sessuale. Gli istituti superiori resterebbero gli unici a poter proporre questi contenuti, ma solo dopo aver ottenuto il consenso informato scritto delle famiglie, che dovrebbero conoscere in anticipo programmi, materiali e competenze dei relatori. Il provvedimento dovrà ora ottenere il parere delle commissioni prima di arrivare in aula alla Camera e poi al Senato, dove le opposizioni hanno promesso battaglia.Sull'educazione sessuale, l'Italia è ferma da 50 anni faAl di là dello scontro politico, la decisione della Lega consoliderebbe un ritardo che affonda le radici nei decenni passati. Dal 1975, quando il comunista Giorgio Bini presentò la prima proposta, sono stati depositati sedici disegni di legge per introdurre l'educazione sessuale nelle scuole. Nessuno è mai passato. Il risultato è che le singole regioni e i singoli istituti si arrangiano come possono, creando diseguaglianze profonde tra nord e sud, tra chi ha risorse e chi no.I numeri raccontano bene la frammentazione del sistema. Un'indagine Ipsos per Save the children su 800 adolescenti tra i 14 e i 18 anni, pubblicata a febbraio 2025, mostra che solo il 47% ha ricevuto un'educazione sessuale a scuola. Al sud e nelle isole la percentuale crolla al 37%. Chi ha avuto la fortuna di partecipare a qualche corso racconta esperienze sporadiche: il 44% parla di lezioni durate poche settimane, il 32% di eventi isolati di una sola giornata. Eppure l'82% degli adolescenti che ha fatto questi percorsi li ha trovati utili e arricchenti. Il dato più sorprendente dell'indagine però è che il 91% dei genitori intervistati ha affermato che vorrebbe l'educazione sessuale diventasse obbligatoria a scuola.Il confronto con il resto d'Europa rende ancora più evidente l'isolamento del nostro paese. L'Italia si colloca tra i sei stati dell'Unione, insieme a Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia e Romania, senza programmi obbligatori. Venti stati membri invece hanno introdotto percorsi obbligatori, molti attivi da decenni. La Svezia li ha inseriti negli anni Sessanta, i Paesi Bassi e la Francia negli anni Settanta. Anche Germania, Austria, Finlandia e Spagna hanno da tempo programmi strutturati, spesso a partire dalla scuola primaria. Non a caso l'Organizzazione mondiale della sanità già nel 2010 raccomandava di iniziare questi programmi fin dalla tenera età, spiegando che l'educazione sessuale deve fornire conoscenze scientificamente corrette e aiutare a sviluppare competenze sociali ed emotive. Una posizione che gli organismi internazionali hanno ribadito più volte negli anni successivi.Tra ideologia e datiCome spesso accade in Italia, il dibattito politico sull’emendamento si è consumato su un terreno che va oltre la questione puramente educativa, sfociando in posizioni più ideologiche che basate sui fatti. Da una parte, la Lega – attraverso il relatore Rossano Sasso – ha sostenuto che “troppe volte abbiamo assistito a episodi di tentativi di indottrinamento da parte di attivisti di estrema sinistra Lgbt”. Si tratta, chiaramente, di una motivazione priva di fondamento scientifico, che ignora come nei paesi europei l’educazione sessuale sia gestita da personale qualificato.Dall’altra, le opposizioni enfatizzano il legame diretto tra educazione e prevenzione della violenza, presentandolo come un dato acquisito. La responsabile scuola del Partito democratico, Irene Manzi, ha dichiarato che “in un paese ancora scosso dall’ennesimo femminicidio di una giovane donna, la risposta politica del governo è quella di restringere ulteriormente gli spazi dedicati all’educazione all’affettività e al rispetto dell’altro nelle scuole”.In realtà, il rapporto tra educazione e prevenzione della violenza è molto più complesso, mediato da numerosi fattori sociali e culturali: l’Italia, ad esempio, è il secondo paese europeo con il minor numero di femminicidi in rapporto alla popolazione, nonostante non abbia ancora programmi strutturati di educazione sessuale e affettiva come quelli presenti nella maggior parte degli altri paesi europei.Il nodo della questione, quindi, non riguarda solo l’utilità dell’educazione sessuale: le ricerche internazionali, tra cui una revisione completa dei dati condotta dall’Onu e dall'Unesco, hanno infatti documentato benefici concreti e misurabili sulla salute sessuale, come il ritardo nell’età del primo rapporto, un uso più consapevole e frequente dei contraccettivi e una riduzione sia delle gravidanze indesiderate sia delle infezioni sessualmente trasmissibili.La vera sfida è comprendere come tradurre questi principi in pratiche educative efficaci e sostenibili nel contesto scolastico italiano. Se la Lega fosse realmente interessata a un dibattito costruttivo, potrebbe concentrarsi sui dubbi pratici e legittimi che ancora permangono: chi dovrebbe insegnare queste materie? A scapito di quali altre? Quali competenze specifiche dovrebbero possedere gli insegnanti? Quali linee guida condivise dovrebbero orientare i programmi? E come garantire che i contenuti siano adeguati alle diverse fasce d’età? Si tratta di interrogativi più che leciti e rilevanti, che meritano attenzione e discussione, ma che risultano totalmente incompatibili con la proposta di vietare l’insegnamento stesso, ignorando così evidenze scientifiche consolidate.