Un estratto da Make It Ours, il libro della premio Pulitzer Robin Givhan che spiega il fenomeno dello stilista scomparso
di Robin Givhan
Riguardo alle voci sul suo futuro in Louis Vuitton, in un primo momento Abloh risponde di non saperne nulla. Di lì a poco, Abloh avrebbe iniziato a sviluppare le sue idee per la moda maschile di Vuitton cercando di conciliare questa nuova attività con i suoi impegni quotidiani. Tornato a Chicago, nel bel mezzo di un’intervista con un reporter del Chicago Tribune, lavora alla presentazione di alcuni modelli per Louis Vuitton. È talmente concentrato sul suo laptop da non prestare la minima attenzione al giornalista, che dopo diversi tentativi di coinvolgerlo nella conversazione, irritato e confuso, gli chiede: “Che cosa sta facendo?”. Non potendo dire la verità, Virgil giustifica la sua distrazione dicendo che deve ultimare il disegno di alcune T-shirt per il compleanno di un amico. “Quello era, di fatto, l’inizio del suo dialogo con Lvmh”, avrebbe detto l’addetto stampa Kevin McIntosh. Louis Vuitton è il marchio europeo giusto per Abloh, forse l’unico in grado di accoglierlo. È una delle maison più antiche, che ha conquistato da decenni l’immaginario della comunità hip-hop, rappresentando un successo preciso: quello economico. È come il denaro appena stampato, ancora umido d’inchiostro. Il logo LV dichiara la possibilità di acquistare prodotti estremamente costosi che persino i meno esperti riconoscerebbero, non rappresenta la sofisticata raffinatezza delle maison di lusso, somiglia piuttosto a una vetrina in cui mettere in mostra un conto in banca ben fornito. Leader del lusso globale, Louis Vuitton è un colosso influente e solido, non un brand in cerca di rilancio. Considerando che l’abbigliamento maschile rappresenta solo dal 5 al 15 per cento delle sue vendite, è una linea a rischio contenuto ma con ampi margini di crescita.






