Quell’avviso scritto in stampatello, vietato-parlare-al-conducente (che, tra parentesi, ma chi se l’è mai filato?), manco c’è: e d’altronde sarebbe oltremodo ridicolo visto che questa è una delle nuovissime navette senza pilota che circolano davanti al campus Luigi Einaudi di Torino. Compatte, ipertecnologiche, se sei distratto neanche ci fai caso, quando alzi gli occhi e realizzi che sei su una “scatoletta” del tutto autonoma fatichi a crederci: come bus sono a modo loro originali, è vero, hanno posto al massimo per otto persone, la capienza è più quella di un mini-van che di un pullman di linea e, in più, viaggiano a un massimo di 25 chilometri orari che è più o meno la velocità media di un motorino guidato da un neopatentato, però vuoi mettere? Non c’è il volante, non ci sono i pedali, non c’è nemmeno il posta di guida: sali (fino al 31 marzo saranno addirittura totalmente gratuite) e lei parte. Fa tutto da sola.

Benvenuti nel futuro. Che, però, è adesso. Perché sì, d’accordo, in altre parti del mondo (come in Cina o negli Stati Uniti) i mezzi automatizzati sono già la norma, però no, da noi, qui, in Italia, una roba del genere non s’era mai vista prima. Fa un po’ fantascienza, fa soprattutto scienza (quanto software, quanta innovazione ci sono dietro?): è ancora in fase di sperimentazione e ha qualche frenata brusca di troppo, ma non è un azzardo né tanto meno è una corsa allo sbaraglio. La navetta senza conducente (che è l’evoluzione della metro senza conducente: quella, qualche anno fa, ci sembrava la rivoluzione dei trasporti del millennio e ora la diamo per scontata) è stata pensata, è stata studiata, è stata voluta.