Valicare la soglia della regia da parte di chi usualmente scrive sceneggiature non è un passaggio naturale, tanto meno ovvio, ancor meno dovuto. Se in molti provano a varcare quella soglia, in pochi vi riescono con umile levità e auspicabile agilità. A Ludovica Rampoldi, acclamata e talentuosa sceneggiatrice tra cinema e serialità italiane di qualità – ha lavorato con Bellocchio, Salvatores, Molaioli e molti altri autori – è riuscito nel migliore dei modi.
Alla base di Breve storia d’amore presentato nella sezione Gran Public alla 20ma Festa del Cinema di Roma, ovvero il suo esordio dietro l’obiettivo, giace, ça ca sans dire, una scrittura solida come la roccia che giustamente ha composto e firmato in solitudine. Ne è seguita una regia sottile, quasi invisibile, attenta e accurata, verosimilmente capace di “ascoltare” i suoi attori e “parlare” col suo pubblico. Pare semplice.
Il film, mistura di generi tra il romance, la commedia, il melo, il soft-thriller, parte dall’incontro di una giovane donna e un uomo di mezza età in un bar qualunque di Roma. È sera, lui è reduce malconcio da un incontro di chessboxing, lei, elegante e misteriosa, dice di stare lì per scelta di Google Maps. Tra i due scatta qualcosa che resta segreto giacché entrambi accoppiati con partner “perfetti”: nessuno vuole turbare il quieto vivere matrimoniale. Del resto “quello che si fa in albergo non è reale”. Ma è nel momento in cui Lea inizia a penetrare la vita di Andrea con troppa insistenza che le inquietudini prendono forma. Strutturato in capitoli dai titoli curiosi come “L’alcol come autoterapia” o “Le regole del tre” e ancora “Spaccare tutto”, il film procede il suo viaggio dal punto di vista di Lea portando lo spettatore a disegnarla quale stalker paranoica finché qualcosa di inatteso non modifica esiti e prospettive.








