La chiamano la Davos dell'Artico. Un summit in grande spolvero a Reykjavik, in Islanda con ministri, capi di Stato e rappresentati di sessanta Paesi e duemila partecipanti. L'Arctic Circle Assembly 2025 ha aperto le porte il 16 ottobre con una tre giorni dedicata a geopolitica ed economia. E lo fa, coincidenze astrali, nei giorni in cui la portacontainer cinese Istanbul Bridge ha raggiunto il Regno Unito via Northern Sea Route in circa 20 giorni, la metà rispetto ai 40–50 via Suez. La data è da cerchio rosso sul calendario quando il 15 ottobre il carico, componentistica e beni industriali, ha toccato Felixstowe, inaugurando un collegamento commerciale Asia-Europa via Artico.
Il contesto internazionale
Ma è sul palco dell'assemblea che si fanno i giochi. Dalla Groenlandia, la linea è netta sulla governance dei territori e delle risorse. “Ci assumiamo la responsabilità del luogo che chiamiamo casa, siamo padroni del nostro Paese e vogliamo che ciò sia rispettato dagli altri”, dice Vivian Motzfeldt, ministra degli Esteri della Groenlandia. È il punto di partenza per ogni piano su porti, miniere, cavi, corridoi logistici: l'ambiente e la sostenibilità. Dal Baltico arriva il registro securitario, che impatta direttamente premi assicurativi e investimenti. “Noi finlandesi non rappresentiamo una minaccia per nessuno, vogliamo semplicemente proteggere ciò che ci è caro”, afferma Elina Valtonen, ministra degli Esteri della Finlandia. In controluce, rotte protette, standard più severi, costi di compliance che entrano nei business plan. Il taglio internazionale lo dà l'intervento giapponese, centrato sulla rilevanza sistemica dell'Artico. “Siete qui perché conoscete l'Artico e riconoscete le molte questioni che devono essere discusse su questa regione, questioni che, in un contesto più ampio, riguardano l'intero mondo”, sottolinea la Principessa Takamado. Tradotto in agenda: ricerca come infrastruttura, dati come riduzione del rischio, geopolitica e ancora geopolitica.







