Qualcuno potrebbe chiedersi che senso ha un summit di premi Nobel per la Pace, mentre infuria la guerra in Jugoslavia e dal Kosovo giungono quotidianamente rapporti di orrore e massacri. Come il papa, i premi Nobel per la Pace non dispongono di eserciti; ma in compenso hanno una voce che di tanto in tanto può meritare di essere ascoltata. Uno di essi, Mikhail Gorbaciov, ha avuto insieme al sindaco di Roma Francesco Rutelli l’idea di riunirci in un convegno annuale, e per questo stamane arriverò a Roma, invitato insieme a Yasser Arafat, Nelson Mandela, Frederick De Klerk, Desmond Tutu, Rigoberta Menchu, Lech Walesa, Henry Kissinger e tanti altri.

L’appuntamento era stabilito da tempo, il programma era di parlare della nuova politica mondiale e dei bisogni dell’umanità alle soglie del ventunesimo secolo. Ma inevitabilmente l’iniziativa assume ora un significato particolare alla luce del conflitto nei Balcani. Dunque discuteremo fra noi di questa guerra nel cuore dell’Europa, una guerra assurda, che non sarebbe mai dovuta scoppiare. Entriamo infatti in un’era in cui le guerre non sono più necessarie e non c' è più giustificazione al razzismo. Quello che vediamo oggi in Kosovo è l’eccezione che conferma la regola. Molti tremendi conflitti sono stati risolti nell’ultimo decennio: tra bianchi e neri in Sud Africa, tra cattolici e protestanti in Irlanda, tra musulmani e cristiani in Bosnia, e sono state poste le basi per portare a conclusione anche quello tra arabi ed ebrei in Medio Oriente.