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Ultimo aggiornamento: 15:44

Il 13 ottobre a Pozzallo sono sbarcate tre persone con ferite d’arma da fuoco, una di loro è in coma. Sarebbero state attaccate da una motovedetta libica nella zona di ricerca e soccorso (SAR) di competenza maltese. Allertate dalle ong, le autorità italiane “hanno risposto con 24 ore di ritardo”, ha denunciato la Mediterranea Saving Humans. E’ solo l’ennesimo episodio. Otto anni fa, il 6 novembre 2017 nel Mediterraneo centrale, la ong Sea-Watch partecipava a un’operazione di soccorso insieme a una nave militare francese e a un elicottero della Marina italiana. La guardia costiera libica, sul posto senza mai rispondere al coordinamento italiano, prendeva a bordo diverse persone per picchiarle, minacciarle e costringerle a ributtarsi in acqua. Morirono in venti, anche un bambino di 4 anni. La vedetta libica era appena stata donata dall’Italia nel merito del memorandum con la Libia che, dopo le proroghe del 2020 e del 2023, è prossimo all’ennesimo rinnovo. Nel 2017, quando fu firmato dal premier Paolo Gentiloni con l’allora governo provvisorio di Tripoli, all’accordo mancava un tassello: la SAR libica, l’area di mare di ricerca e soccorso da delegare alla guardia costiera libica, malgrado violenze, spari e minacce, allora come oggi, e nonostante la mancanza di requisiti essenziali per il soccorso. Ma senza la SAR libica il memorandum valeva ben poco e così, su spinta di Roma e Bruxelles, l’iter fu avviato e l’area subito rivendicata dalla Libia con toni perentori, nemmeno si trattasse di acque territoriali. Nel luglio del 2018 fu formalmente registrata presso l’Organizzazione marittima internazionale, IMO. Una “finzione”, è stata definita da chi negli anni ne ha chiesto la revoca. Ma dal memorandum fino ai più recenti decreti Piantedosi, si fonda tutto su quella finzione, compresi i traffici, i mancati soccorsi, i respinti in Libia, i 424 dispersi e i 461 morti in mare dall’inizio dell’anno (dati OIM).