Venezia
Caro lettore, stiamo ai fatti: è stato firmato un accordo che pone le basi non solo per la fine di una guerra terribile, ma per una possibile pace duratura e un altrettanto possibile sviluppo di un territorio martoriato come quello di Gaza. La strada, lo sappiamo bene, è ancora lunga, anzi lunghissima: abbiamo iniziato solo a percorrere, faticosamente, il primo miglio. Certo, non siamo arrivati al reciproco riconoscimento dell'esistenza di "due popoli e due stati" , ma almeno abbiamo ottenuto che, per ora, gli uni non perseguano l'annientamento e la distruzione degli altri e viceversa. Gli ostaggi nella mani Hamas dal 7 ottobre 2023, quelli rimasti in vita, sono stati alla fine rilasciati e altrettanto è avvenuto per i quasi 1900 prigionieri palestinesi incarcerati in Israele.
Tutto bene? Evidentemente no. È chiaro che gli ostacoli da superare sono ancora tantissimi. Che sono elevati i rischi che le armi tornino a prendere il sopravvento. Che la normalizzazione dell'area è un obiettivo ancora molto lontano. Ma perché si potesse iniziare a parlare di pace e di stabilità, era necessario che si concretizzassero due condizioni decisive ma considerate quasi impossibili ancora fino a una settimana fa: il rilascio immediato degli ostaggi e la fine dei combattimenti. Ed è appunto ciò che è avvenuto.











