A Sharm el-Sheikh, il mondo si spartisce i compiti per accompagnare la tregua e governare il dopoguerra a Gaza. Un meccanismo che riguarderà il controllo dei confini, l’addestramento di forze palestinesi, l’intelligence congiunta, lo sminamento, la ricostruzione, la gestione dei valichi e degli aiuti. Nessuno vuole un ritorno a com’era prima della guerra: la Striscia in mano a un gruppo terroristico.
L’Egitto è il guardiano della tregua e dell’accesso a Gaza. Nessuno entra e nessuno esce senza il permesso del Cairo. Il valico di Rafah resterà sotto il suo controllo operativo nella fase di stabilizzazione. Ma il ruolo egiziano va oltre i confini: è la dorsale della futura sicurezza palestinese. Il Cairo sta formando, insieme alla Giordania, fino a 5mila poliziotti palestinesi che non provengano dalle milizie di Hamas, la prima struttura di sicurezza interna nella fase post-bellica. L’Egitto ha dichiarato che è pronto a inviare truppe dentro la Striscia entro parametri precisi, ma solo con un mandato internazionale per non essere trascinato in un conflitto diretto con Israele o e fazioni armate. Per l’Egitto la stabilità ai confini è questione di sicurezza nazionale. Gaza è il suo fronte.













