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I tasselli di questa brutta storia stanno tornando uno alla volta al loro posto

Ci avevano detto che l'America di Trump si sarebbe ritirata dentro i propri confini e si sarebbe disinteressata del mondo esterno; ci avevano detto che Trump sarebbe stato un pericolo per la già fragile pace nel mondo. Come molte delle cose dette dall'insediamento del presidente americano, e più in generale delle cose dette sui conservatori, non era vero nulla e ieri ne abbiamo avuto la dimostrazione plastica. In Egitto, a Sharm el-Sheikh, mezzo mondo lo ha incoronato come il salvatore della pace globale, altro che Premio Nobel. Presidenti, premier, sceicchi e capi popolo hanno fatto da testimoni alla firma del trattato "Peace 2025", che pone fine alla guerra tra Israele e Hamas e con lui hanno stretto un patto che va ben oltre quella vicenda e che punta a un nuovo assetto dell'area mediorientale. Erano presenti vinti e vincitori (Israele e Hamas non fisicamente, ma ben rappresentati) che lo hanno aspettato per tre ore per poi accoglierlo con gli onori che si devono a un imperatore. Come tutte le paci, anche quella definita ieri è figlia della forza militare e della fermezza politica esibita per due anni da Israele e Stati Uniti, della lucida lealtà degli alleati di molti Paesi europei tra cui l'Italia; come tutte le paci, avrà strascichi che proveranno a minarla, ma se quello che si è visto ieri ha anche solo un minimo di fondamento, indietro non si torna a costo di usare di nuovo le maniere forti. La pace la si impone, quella di Trump appare comunque una pace non umiliante ma generosa con entrambi i contendenti, una pace che guarda lontano, a quel "due popoli, due Stati" evocato spesso a vanvera dalla sinistra internazionale e in modo sciagurato dai pro Pal. E dopo quello che è accaduto ieri Trump accolto a Tel Aviv come un eroe nazionale e dopo le parole di stima che il presidente americano ha profuso verso il premier israeliano, sarà difficile per la comunità internazionale continuare a trattare Netanyahu alla stregua di un criminale di guerra. Insomma, i tasselli di questa brutta storia stanno tornando uno alla volta al loro posto. Alla sinistra italiana non resta che masticare amaro per aver sbagliato ancora una volta diagnosi e cura.