TREVISO - Si chiamavano casi irrisolti, in maniera molto elementare. Ora sono stati ribattezzati "cold case", proprio per definirne le indagini a posteriori. Un metodo forense di indagine per effettuare ulteriori accertamenti e assicurare alla giustizia il colpevole di un crimine, fino a quel momento ancora senza volto e senza nome. Ma soprattutto a piede libero. L'annus horribilis per la provincia di Treviso, in questo senso, è stato il 1991. Tre delitti in un mese, a gennaio, e tutti senza soluzione.
Si comincia mercoledì 2. La vittima si chiamava Vanda Fior, aveva 32 anni e di professione faceva l'infermiera. A trovarla senza vita nel garage della sua casa a Caerano San Marco era stato il marito, Adriano Bordin. Le indagini, in quel caso, erano partite da subito con il piede sbagliato: la scena del crimine, a differenza di quello che accade oggi, era stata lavata prima dell'arrivo del magistrato di turno. Non solo: il cadavere venne ripulito all'ospedale di Montebelluna prima dell'analisi del medico legale. Per anni si credette che a uccidere la donna fosse stato un proiettile sparato da una pistola: aveva infatti un foro alla tempia. Invece Vanda morì, con ogni probabilità, per un colpo che le fracassò la testa. Si ipotizzò anche la semplice disgrazia. Fatto sta che nessuno venne mai condannato.






