Il Nobel per la pace a Maria Corina Machado non è un vezzo accademico: è uno schiaffo ai professionisti dell’equidistanza, a chi ammicca a un “nuovo ordine” purché sia contro l’Occidente. Da anni, in nome di un antioccidentalismo di maniera, si assolve l’inaccettabile: tagliagole promossi a partigiani, Stati oscurantisti trattati da vittime, autocrati spacciati per riformatori purché anti-USA. Machado, leader liberale e centrista di Vente Venezuela, ha sfidato per anni il potere rosso-bolivariano di Nicolás Maduro con l’unica arma dei cittadini disarmati: la mobilitazione pacifica. La sua caparbietà ha tenuto accese piazze e coscienze mentre il Paese sprofondava nell’emigrazione di massa.

Il punto di rottura è noto: la vittoria di Edmundo González Urrutia è stata travolta da apparati fedeli a Maduro; il candidato è finito in esilio in Spagna, le proteste non si sono mai spente. Dal luglio dello scorso anno cortei oceanici ribadiscono l’elementare diritto dei venezuelani a scegliere chili governa. La risposta del potere è stata quella dei regimi che temono i cittadini: repressione, arresti arbitrari, torture, sequestri. Machado è rimasta in campo, trasformando la paura in disciplina democratica.