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Spalletti stimava Kean e aveva a disposizione Retegui, ma non ha mai stravolto il copione tattico

C'è stato un tempo, non molto lontano, nel quale il calcio italiano è andato in giro per il mondo a elemosinare un centravanti che risolvesse i suoi problemi in azzurro. Il primo ad accorgersi del lento ma inesorabile impoverimento del giacimento tecnico del ruolo fu Antonio Conte che all'europeo 2016 schierò, tra gli attaccanti, Zaza e Pellè, responsabili tra l'altro degli sfondoni su rigore decisivi per l'eliminazione. Ventura cominciò a toccare il fondo a causa della resa discutibile di Immobile, mai sorretto dal contributo di Gabbiadini e Belotti. Persino Mancini fu quasi costretto a rivolgersi, nel 2022, non un secolo fa, allo stagionato Joao Pedro, brasiliano di anagrafe, per tentare un recupero miracoloso di gol che non produsse effetti. Per questo motivo dobbiamo a Rino Gattuso, il ct accolto da molte bocche storte, un cambio di rotta che denota un senso pratico fuori dall'ordinario e dagli schemi tradizionali. Il suo ragionamento, sostenuto dal conforto del suo collaboratore principale, Gigi Riccio, è stato il seguente: devo inseguire il secondo posto, devo farlo con rivali di caratura diversa rispetto alla Norvegia, ho una sola strada da battere ed è quella del doppio centravanti. Spalletti, il suo predecessore, che pure stimava Kean e aveva a disposizione Retegui, non si è mai lasciato tentare dall'idea di stravolgere il copione tattico.