BRUXELLES – Ancora una volta, i leader europei qualche giorno fa hanno accolto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky con baci, abbracci, e tributi di fiducia e solidarietà. A tre anni e mezzo dallo scoppio della guerra con la Russia l’appoggio europeo a Kiev, pur tra alti e bassi, non è mai mancato. Al tempo stesso latita la promessa di una adesione rapida all’Unione europea. Gli ostacoli posti dall’Ungheria sono soltanto quelli più evidenti.

Nell’incontro della Comunità politica europea che si è tenuto giovedì scorso a Copenaghen, il premier Viktor Orbán ha confermato che per ora non intende dare il suo benestare all’apertura del primo capitolo negoziale (dedicato allo stato di diritto). Le regole comunitarie prevedono l’accordo all’unanimità. Nei fatti Budapest sta ponendo il veto: «L’adesione è troppo – ha detto il primo ministro in Danimarca -. Abbiamo solo bisogno di un accordo strategico».

Formalmente l’Ungheria rimprovera a Kiev di non rispettare gli impegni di tutela dei diritti della minoranza ungherese in Ucraina, in tutto 100-150mila persone. In politica interna, il premier Orbán conta sull’appoggio dei tanti ungheresi all’estero, retaggio della divisione del paese dopo la Grande Guerra. Molti osservatori imputano la rigida posizione ungherese alla campagna in vista delle politiche dell’aprile 2026 e al tentativo di strappare fondi europei attualmente congelati.