«Riprende l’attività italiana a Rafah». Lo ha annunciato ieri il ministro della Difesa, Guido Crosetto, mentre comincia il cessate il fuoco a Gaza e molti palestinesi stanno tornando nelle loro case (o vicino a ciò che ne resta). L’Italia ha dato la disponibilità a partecipare anche alle forze internazionali di peacekeeping. In Medio Oriente sono le ore decisive. Il presidente Trump arriverà lunedì: prima sarà in Israele, poi si sposterà in Egitto dove ci sarà la firma dell’accordo e si svolgerà un vertice su Gaza al quale è prevista la presenza anche del nostro Paese e, in particolare, della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. A Palazzo Chigi ieri sera è arrivato l’invito ufficiale: confermata la partecipazione della premier. Ha parlato anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha osservato: «Le sofferenze» subite dai palestinesi e dagli israeliani «resteranno iscritte nel Dna delle nuove generazioni, minando ogni possibilità di un futuro di pace senza una prospettiva politica davvero storica e quindi coinvolgente per i palestinesi».

Ma andiamo per ordine. Cosa significa che i carabinieri tornano a Rafah? È uno dei valichi della Striscia e, come ricorda il ministro Crosetto «verrà aperto alternativamente su due direzioni in uscita verso l’Egitto e in entrata verso Gaza». L’Italia già partecipava all’operazione Eubam-Rafah (European union border assistance) con un contingente di carabinieri e ora proseguirà il suo impegno. Ma potrebbe esserci un ampliamento. Crosetto: «Per quanto riguarda il futuro, e cioè la concreta realizzazione del piano di pace degli Stati Uniti per Gaza, ovviamente l'Italia, e in particolare le Forze armate, sono e saranno pronte a fare la loro parte». Come avviene in Cisgiordania, potrebbero essere inviati i carabinieri del Centro di eccellenza per le unità di polizia di stabilità (Coespu), ma non è escluso anche un coinvolgimento di Esercito e Aeronautica nell’ambito di una missione come caschi blu dell’Onu. La task force dovrà garantire la sicurezza di Gaza e il rispetto del piano di pace e si prevede l’arrivo in Israele di 200 soldati americani già presenti in Medio Oriente. Non entreranno mai nella Striscia, fa trapelare l’amministrazione Trump, ma gli Usa saranno alla guida di un centro di coordinamento militare-civile di cui faranno parte anche Egitto, Qatar e Turchia, oltre ad altre forze sempre di paesi arabi e musulmani. Il Qatar avrà la responsabilità delle iniziative per la ricostruzione e per il sostegno umanitario di Gaza. La presenza della task-force internazionale - chiamata Isf, forza internazionale di stabilizzazione - garantirà la sicurezza all’interno della Striscia mentre si andrà all’applicazione di quello che è stato chiamato il Piano delle Tre Linee. Sulla base dell’accordo sottoscritto a Sharm el-Sheikh, ci sarà un graduale ritiro dell’Idf, le forze armate israeliane. Ad oggi, nel rispetto della prima fase, i militari dello Stato ebraico sono arretrati oltre la linea gialla, dunque controllano il 53 per cento del territorio della Striscia. Se - come tutto il mondo spera - non ci saranno imprevisti nella delicata operazione di restituzione degli ostaggi da parte di Hamas e di scarcerazione dei 1.950 detenuti palestinesi da parte di Israele, il passo successivo prevede, nella seconda fase, che l’Idf si ritiri dietro la linea rossa. Ci sarà allora il contemporaneo dispiegamento delle forze internazionali. Infine, nella fase 3, gli israeliani dovranno arretrare ulteriormente, in una zona cuscinetto che sarà sì all’interno della Striscia, ma con una larghezza massima del 900 metri. I tempi sono tutt’altro che chiari. Per questo l’attenzione ora è rivolta all’arrivo di Donald Trump: atterrerà a Gerusalemme lunedì mattina, dove si stanno preparando imponenti misure di sicurezza e dove parlerà alla Knesset, il parlamento dello Stato ebraico, per poi spostarsi nel pomeriggio in Egitto.