Roma – Forse il momento più bello di Springsteen – Liberami dal nulla è la scena in cui Jon Landau, amico e produttore di Bruce, fa ascoltare al super boss della casa discografica le canzoni di Nebraska (scarne, acustiche, tristissime) e gli dice: “Questo è il nuovo disco. Esce così. Niente singoli, niente tour, niente interviste, e niente foto di Bruce in copertina”. Quello lo guarda come si guarda un pazzo e gli dice, terrorizzato: “Vuole fare un cazzo di disco folk? Le radio non passeranno mai questa roba!”. Ma Springsteen, dopo il successo di The river, era già abbastanza potente da imporre ai discografici le proprie scelte: nel 1982 Nebraska andrà al numero 3 in classifica negli Usa e aprirà la strada, due anni dopo, al successo planetario di Born in the U.S.A. Disco che peraltro, in quel 1982, Springsteen aveva già registrato ma momentaneamente accantonato perché era terrorizzato dal successo, dai singoli, dalle classifiche, dalla notorietà.

Jeremy Allen White: “Bruce Springsteen è l’America più libera e onesta”

Arianna Finos

11 Ottobre 2025

È questa la storia che racconta il film di Scott Cooper: quella di un musicista rock che non vuole diventare famoso. E le ragioni profonde di questo disagio sono l’altra storia, quella “parallela”, che il film visualizza in bianco e nero: l’infanzia di Bruce, le radici proletarie, il rapporto terribile con un padre operaio che di notte tagliava i capelli al figlio rockettaro e l’unica frase che gli diceva sempre era “spegni quella maledetta chitarra”.