Il futuro della mobilità torna a fare i conti con un passato che puzza di gasolio e inganno. Il Dieselgate, lo scandalo che ha fatto tremare l’industria automobilistica, non è una storia chiusa, ma un feuilleton giudiziario che si arricchisce di nuovi capitoli.

Un processo gigantesco

A partire da lunedì, l’Alta Corte di Londra ospiterà un processo mastodontico, un vero e proprio kolossal legale che vedrà sul banco degli imputati cinque colossi: Renault, Peugeot-Citroen, Mercedes, Nissan e Ford. Tutti accusati di aver barato, di aver installato software fraudolenti per aggirare i test sulle emissioni di ossido di azoto (NOx). Tutti, ovviamente, a negare con la mano sul cuore. Ma il tanfo di questa vicenda, come quello dei gas di scarico, non si dissipa facilmente.

La storia

Correva l’anno 2015 quando Volkswagen, la prima peccatrice, alzò bandiera bianca davanti all’agenzia ambientale americana, ammettendo di aver truccato 11 milioni di veicoli con un software che, come un prestigiatore da quattro soldi, faceva sparire le emissioni nocive solo durante i test. Un trucco da illusionisti, ma senza applausi: solo multe miliardarie, risarcimenti e una reputazione macchiata.