Una patologia cronica recidivante. È così che dal 2021 la Commissione Europea definisce l’obesità. Riconoscendo non solo le conclusioni a cui è giunta la comunità scientifica, ma anche un cambiamento di sensibilità chiesto a gran voce da chi di obesità, appunto, soffre. La questione è tutt’altro che pura semantica: una malattia ha dei sintomi, delle cause e delle ricadute sulla salute. Una malattia si previene. E si cura. "Le evidenze scientifiche indicano chiaramente che l’obesità non è un semplice fattore estetico, ma una patologia complessa che riduce l’aspettativa e la qualità di vita", ricorda Roberto Vettor, professore di Medicina interna all’Università di Padova, protagonista al Festival di Salute di un incontro col pubblico proprio per spiegare come si fa a dimagrire. "Tutto questo - continua l’esperto - impone di darle la dignità di una vera e propria malattia e di mettere in campo tutte le strategie disponibili per evitarne la comparsa e la progressione e anche per curarla al meglio".
Se è vero che, per buona parte della storia della nostra specie, obesità e sovrappeso sono stati un problema marginale - il vizio di un’élite di privilegiati con accesso illimitato al bene più ambito: il cibo - tutto è cambiato intorno agli anni ’80 del secolo scorso. A partire dagli Stati Uniti: la prevalenza dell’obesità tra gli adulti americani è passata, in poco più di un ventennio, dal 15% del 1976 al 30,9 del 2000. Oggi siamo al 40 e oltre e il fenomeno si è allargato a macchia d’olio, prima al resto delle nazioni occidentali, e quindi a tutti quei Paesi, un tempo definiti “in via di sviluppo”, in cui il benessere si è fatto (fortunatamente) sempre più diffuso.






