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Dal 2030 è probabile che gli altiforni scompariranno dagli impianti industriali europei perché l’Unione Europea, da quella data, farà pagare alle aziende siderurgiche tutte le emissioni di CO2, senza più sconti. Produrre acciaio con gli altiforni, come avviene oggi nell’ex ILVA di Taranto, significa usare un residuo del carbon fossile come combustibile, e di conseguenza emettere una gran quantità di CO2. Pertanto gli altiforni diventeranno non soltanto dannosi sul piano ambientale, ma anche poco concorrenziali rispetto ai meno inquinanti forni elettrici. L’Italia appare in questo avvantaggiata: la produzione nazionale si basa su 34 forni elettrici e un impianto ad altoforno.

C’è però un problema: i forni elettrici usati in Italia e non solo (in gergo EAF, Electric Arc Furnace) utilizzano come materia prima il “rottame di ferro”, cioè materiale ferroso proveniente da demolizioni, lavorazioni industriali o beni a fine vita. È una materia prima di cui c’è sempre minore disponibilità. Secondo Federacciai, che raggruppa i produttori siderurgici italiani, la domanda globale di rottame crescerà a un ritmo superiore alla disponibilità, tale da generare una carenza che potrebbe penalizzare soprattutto l’Italia, che non riesce a soddisfare il fabbisogno con la sola raccolta interna: oggi importiamo circa un terzo dei 19 milioni di tonnellate di rottame di ferro che servono ogni anno. Insieme al costo dell’energia, il rottame di ferro è di fatto il problema principale per le aziende del settore.