Idati sull'acciaio europeo oggi raccontano una storia che non possiamo più permetterci di leggere distrattamente. L'industria siderurgica dell'Unione europea è ancora il terzo produttore mondiale, con circa 300.000 lavoratori diretti e un indotto che ne fa uno dei pilastri della nostra manifattura. Ma questa industria è stretta in una morsa che si stringe da più lati contemporaneamente.
Il primo fronte è quello della sovraccapacità globale (si scrive globale, si legge asiatica, e cinese in primo luogo). La produzione mondiale di acciaio in eccesso rispetto alla domanda raggiungerà 721 milioni di tonnellate entro il 2027. Si tratta di oltre cinque volte il consumo annuo di acciaio dell'intera Unione europea. Una marea di metallo che deve trovare sbocco da qualche parte — e quel "da qualche parte" rischia sempre più di essere il nostro mercato.
Il secondo fronte è quello delle barriere commerciali erette dai paesi terzi. I dazi americani, introdotti da Trump nel 2018 e mai davvero superati, hanno di fatto chiuso il mercato statunitense a buona parte delle esportazioni mondiali. Il risultato? L'acciaio cinese, asiatico, russo che non può entrare negli Usa si riversa verso l'Europa, che rimane — nei fatti — il principale destinatario dell'eccesso produttivo globale.










