L’aumento delle spese militari, a cui il governo Meloni si è impegnato con i partner della Nato, non è pienamente incorporato nei conti pubblici. È l’avvertimento che arriva dalla Banca d’Italia nell’audizione del capo del Dipartimento Economia e Statistica, Andrea Brandolini, davanti alle commissioni Bilancio riunite per l’esame del Documento programmatico di finanza pubblica 2025. “Il quadro programmatico sembra non includere, se non in parte, maggiori oneri per la capacità di difesa – ha osservato Brandolini – sebbene il Dpfp giudichi realistico un graduale aumento della spesa nel prossimo triennio, fino a 0,5 punti di Pil in più nel 2028“. Un incremento che, se non compensato, rischia di riflettersi sui saldi.
“In assenza di misure correttive ulteriori rispetto alla manovra, una maggiore spesa per la difesa rispetto a quella incorporata nel tendenziale condurrebbe a una dinamica della spesa netta“, che con il nuovo Patto di stabilità è il parametro tenuto sotto controllo da Bruxelles, “più sostenuta rispetto a quanto programmato”. Se succederà dopo che l’Italia sarà uscita dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo “si potrebbe rendere necessario ricorrere all’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale per le spese in difesa, secondo quanto delineato dalla Commissione europea lo scorso marzo”. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti nella sua introduzione al Documento spiega del resto che “l’aumento della spesa in difesa dovrà essere graduale, onde garantire una coerenza con lo sviluppo dell’offerta nazionale e non spiazzare altre componenti di spesa” e il testo precisa che “non si ritiene possibile riuscire a definire puntuali programmi di spesa già nella prossima legge di bilancio, né una precisa allocazione di risorse sia in termini di stanziamenti sia in termini di flussi di cassa sottostanti i pagamenti”.









