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In tutto il mondo l’isola spagnola di Ibiza si è costruita la fama di un luogo movimentato ed edonista, che attira ogni anno milioni di turisti per il suo fascino ma soprattutto per la festa continua, conosciuta ovunque. Non è sempre stato così.

Per buona parte della sua storia Ibiza è stato un luogo poverissimo, tra i più poveri in Spagna. Fino al Secondo dopoguerra la maggior parte dei suoi abitanti viveva di agricoltura, pesca e allevamento. Il turismo iniziò ad arrivare con i primi intellettuali che si trasferirono tra le due guerre mondiali, negli anni Venti e Trenta, quando furono costruiti anche i primi hotel. Erano affascinati dalla semplicità della vita che conducevano i suoi abitanti e dal fatto che fosse un posto remoto, fisicamente lontano dai regimi autoritari dell’Europa continentale (Spagna compresa). In quel periodo vissero a Ibiza, per esempio, Albert Camus e Walter Benjamin.

L’isolotto di Es Vedrà, di fronte alla costa sud occidentale di Ibiza (il Post)

Negli anni Cinquanta e Sessanta il mito di Ibiza come luogo libero dalle oppressioni della vita contemporanea si diffuse anche tra i giovani appartenenti alla controcultura beat prima, e a quella hippy poi. Si trasferirono sull’isola da varie parti del mondo, soprattutto dagli Stati Uniti, fondando delle comuni e vivendo di piccolo artigianato. Sull’isola esistono ancora le tracce dei vecchi mercatini hippy, ormai sempre più simili a bancarelle qualunque, in cui si trova qualche articolo autentico ma anche molti prodotti industriali fabbricati altrove.