REGGIO EMILIA. Oh, finalmente anche all’opera qualcuno che dice pene al pene. Macché relazioni asessuate, stilnovismi, romanticismi, tristanismi, tenori romantici che cantano sempre l’amore senza mai farlo con soprani condannati alla verginità ad oltranza: finalmente un po’ di sesso nudo e crudo. Non che qualcuno non avesse già provveduto, e da Monteverdi a Ligeti ci si è abbastanza sbizzarriti. Mai però con la sfrontatezza divertita, quindi divertente, di questa “Maxima Immoralia”, opera da camera con libretto e musica di Orazio Sciortino che, dopo il debutto a Montepulciano, è stata presentata alla Cavallerizza di Reggio Emilia per il benemerito festival “Aperto” dei locali Teatri, quest’anno dedicato alla “Marea montante dell’osceno” (osceno, almeno quello autentico, etimologico, “che non si può vedere” che poi, a ben pensarci, in realtà ci viene dispensato a getto continuo, basta accendere il televisore).
Sciortino parte da una lunga e talvolta anche illustre tradizione della nostra cultura, dove alto e basso si mescolano per raccontare un eros popolaresco e liberatorio, paradossale e satirico, greve e leggero insieme. La protagonista una e trina, i tre soprani Lei 1, Lei 2 e Lei 3 (così anni Settanta, vero?) frullano insieme Marziale e Boccaccio, le ariette di Veronica Franco e i madrigali di Ferdinando Russo, le storie salaci di suore lubriche e papi in libera uscita dal comune senso del pudore, le cortigiane rinascimentali e i consigli sessuali delle mamme alle figlie di un anonimo bolognese del Trecento. È un’oscenità voluta, cercata, ostentata, libera da sensi di colpa e che dunque proprio per questo smette di essere tale, e diventa, da una parte, una testimonianza perfino erudita di una tradizione nazionalpop, dall’altra un gioco ironico di rimandi e citazioni fra alto e basso, cultura accademica e popolare, sublime e triviale. Per scoprire, magari, che oggi non c’è più alcuna differenza, e la vera volgarità sta nel dilagare dell’ignoranza compiaciuta e rivendicata, non in queste filastrocche ilari e surreali. Gli Immoralia sono maxima, e proprio per questo oggi non lo sono più, anzi. E allora il rischio vero dell’operetta immorale (anche immortale? Si vedrà) è la sua dispersività drammaturgica, cui non sfugge lo spettacolo per il resto accurato di Marta Eguilior, mentre il divertimento, quello sì, è assicurato.







