Mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha appena reso più difficile per le aziende americane l'assunzione di lavoratori stranieri qualificati, il leader cinese Xi Jinping cerca di attirarli nel paese. Il primo ottobre la Cina ha lanciato un nuovo programma di visti per facilitare l’arrivo di giovani professionisti e di laureati in ambito scientifico e tecnologico dalle principali università del mondo, con l’obiettivo di incoraggiarli a studiare o avviare un’attività nella Repubblica popolare.Anche se molti dettagli del nuovo visto K non sono ancora stati resi noti, le autorità locali hanno spiegato che ai richiedenti non sarà necessario ottenere una lettera d’invito da parte di un’azienda specifica. In altre parole, i nuovi visti della Cina non saranno vincolati a un singolo datore di lavoro, offrendo agli stranieri la possibilità di unirsi, per esempio, a una startup di Shanghai oppure di esplorare opportunità in un polo tecnologico in fermento come Hangzhou.Il programma è stato introdotto poche settimane dopo che l’amministrazione Trump ha annunciato una nuova tassa da 100mila dollari per i visti H-1B, su cui la Silicon Valley si basa da tempo per reclutare i migliori esperti di ingegneria e tecnologia dall’estero. L'impressione insomma è che la Cina voglia cogliere il momento, posizionandosi per attrarre scienziati e ricercatori di primo piano che ora potrebbero essere esclusi dagli Stati Uniti. Si tratta però di un'interpretazione che descrive solo una parte della storia: il contesto infatti è più articolato di quanto sembri.Le reazioni ai visti K in CinaNegli ultimi giorni, i social media cinesi si sono riempiti di commenti indignati sul visto K. Molte persone temono che il programma possa avvantaggiare i lavoratori stranieri a discapito dei laureati cinesi in discipline Stem. Da un lato, queste ansie sono comprensibili: il visto arriva in un momento in cui la disoccupazione giovanile in Cina è in aumento e molti laureati faticano a trovare un impiego stabile.Dall’altro lato, però, una parte consistente delle reazioni alla novità è intrisa di retorica nazionalista e xenofoba, se non apertamente razzista. Chenchen Zhang, docente di relazioni internazionali all’Università di Durham, ha osservato che alcuni influencer cinesi hanno diffuso teorie del complotto secondo cui cittadini indiani avrebbero intenzione di usare il nuovo visto per emigrare in massa in Cina. “La quantità di razzismo è folle”, ha scritto Zhang in un post su Bluesky.Il contraccolpo è stato tale da spingere il quotidiano statale Global Times — noto per il suo taglio nazionalista — a pubblicare una replica. Il visto K, ha scritto la testata, rappresenta “una Cina più aperta e sicura di sé nella nuova era, agli occhi del mondo”. L’articolo ha poi sottolineato che il programma è molto diverso dal sistema degli H-1B statunitensi: “Il visto H-1B è ampiamente considerato un visto di lavoro pensato per rispondere alle esigenze delle industrie statunitensi”, ha spiegato il giornale. “Al contrario, il visto K della Cina mira a promuovere gli scambi e la cooperazione tra giovani cinesi e professionisti stranieri della scienza e della tecnologia”.Un difficile equilibrioPechino sta cercando di trovare un equilibrio tra due valori in competizione, che potrebbero definire la Cina dei prossimi decenni: apertura e autosufficienza. Il paese vuole da una parte attrarre i migliori talenti della tecnologia e della scienza e sa bene che iniziative come il programma H-1B hanno aiutato gli Stati Uniti a diventare una superpotenza tecnologica globale. È probabile che il governo locale sia particolarmente interessato ad attirare ricercatori specializzati in settori in cui la Cina è ancora relativamente carente, come la progettazione di semiconduttori.Allo stesso tempo, però, il paese non può permettersi di apparire dipendente o subordinato all’expertise straniera. Ha costruito quella che è probabilmente la più ampia e solida rete di formazione Stem al mondo e non vuole che i propri laureati temano che gli stranieri possano “rubare” i loro posti di lavoro.A differenza degli Stati Uniti, la Cina non è un paese di immigrati. Nel 2020, secondo una stima del Kiel Institute for the World Economy, solo lo 0,1 per cento della popolazione continentale era composta da stranieri: circa 1,4 milioni di persone su oltre 1,4 miliardi di abitanti. Negli Stati Uniti, invece, gli immigrati rappresentano il 15 per cento della popolazione. Anche altri paesi dell’Asia orientale, come Giappone e Corea del Sud, ospitano una quota di stranieri molto più alta.Poiché gli Stati Uniti hanno già una vasta popolazione immigrata proveniente da ogni parte del mondo, l'ambientamento dei nuovi arrivati può risultare più facile. Le aziende locali operano in inglese, la lingua globale degli affari. Colleghi e amici comunicano su piattaforme come Gmail e Instagram, accessibili nella maggior parte del mondo. E, sul fronte dei comfort quotidiani, i titolari di visti H-1B provenienti da India o Cina che arrivano a San Francisco o a New York non avranno difficoltà a trovare ristoranti — anche ottimi — che servano piatti dal sapore di casa.In Cina, invece, i nuovi arrivati devono muoversi in un mondo del lavoro che funziona quasi interamente in cinese, una lingua che pochi stranieri studiano a scuola o durante un percorso universitario Stem. Anche l’ecosistema tecnologico del paese è peculiare: chi si trasferisce dall’estero si trova davanti non solo a una lingua e a una cultura diverse, ma anche a un insieme di piattaforme e applicazioni poco familiari, a cominciare da WeChat.Una reputazione in crescitaCi sono tuttavia segnali che un numero crescente di persone sia disposto a superare queste barriere per vivere in prima persona i vantaggi della Cina moderna, sempre più associata a treni ad alta velocità, auto elettriche e città dal profilo futuristico. In paesi come Grecia, Spagna e Germania, la maggioranza della popolazione considera ormai la Cina la principale potenza economica mondiale, secondo il Pew Research Center. L’Africa — il continente con la popolazione più giovane e in più rapida crescita in assoluto — invia già ogni anno più studenti a studiare in Cina che negli Stati Uniti o nel Regno Unito.Ho notato personalmente che amici e familiari americani hanno oggi un’impressione della Cina molto più positiva rispetto a qualche anno fa, complice anche la popolarità di esportazioni digitali come TikTok, Temu e Labubu. Ho amici che dicono di voler visitare Chongqing, una megalopoli che fino a pochi anni fa attirava pochi turisti stranieri e che è diventata virale su Instagram e TikTok grazie ai video del suo skyline e dei suoi ristoranti di hot pot.Se questa curiosità si tradurrà davvero in trasferimenti dipenderà anche da come il governo gestirà programmi come il nuovo visto K. La misura abbassa le barriere per chi vuole studiare o lavorare nel paese, ma ha anche alimentato ansie interne. Per ora, resta da capire se il visto K riuscirà davvero ad aprire la strada a nuovi talenti internazionali o se finirà travolto dagli stessi sentimenti nazionalisti che stanno ridefinendo gli equilibri politici globali.Questo articolo è apparso originariamente su Wired US.
La Cina ha inaugurato il primo visto per attirare i talenti Stem dal resto del mondo
Mentre gli Stati Uniti hanno varato una tassa da 100mila dollari sui visti per il lavoratori qualificati dall'estero, Pechino strizza l'occhio ai professionisti stranieri









