«Lei sa perché molti valdostani hanno i capelli neri?». No, ingegnere, perché? «In Calabria, nel Settecento e nell’Ottocento, si trovavano importanti centri siderurgici. Le Reali Ferriere ed Officine di Mongiana, in provincia di Vibo Valentia, costituivano uno dei maggiori poli industriali del Regno delle Due Sicilie. Arrivarono ad avere milleseicento operai. Producevano ghisa e ferro. Realizzavano le armi per l’esercito dei Borboni e le rotaie per la linea ferroviaria Portici-Napoli. Dopo l’Unità d’Italia il Sud, che nonostante mille arretratezze aveva alcuni fra i poli più avanzati della penisola, subì una deindustrializzazione. I piemontesi intensificarono lo sfruttamento delle miniere in Valle d’Aosta e, nel 1907, fondarono la Società Anonima Miniere di Cogne. Molti calabresi, che sapevano di metallurgia e di siderurgia, si trasferirono, fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, in Valle d’Aosta».

Vito Gamberale – uomo solido al limite della durezza, ultima personalità dell’economia pubblica e unico manager di matrice Imi-Iri-Eni-Telecom ad avere avuto altrettanta fortuna nel capitalismo familiare italiano (in particolare con la famiglia Benetton, in Autostrade, ben prima della gestione che ha condotto alla tragedia del ponte Morandi di Genova) – è molte cose insieme. Prima di tutto, però, appartiene a una speciale confraternita, troppo silenziosa in un Paese di chiacchiere rumorose e inutili al limite del cialtronesco come il nostro: la confraternita della fabbrica. Gamberale – classe 1944 – ama così tanto il profilo delle imprese e l’odore degli stabilimenti da interpretare ogni segno – perfino le sembianze, l’ambratura della pelle e il colore dei capelli degli abitanti della Valle d’Aosta – come il risultato di quel lievito formidabile, insieme vitale e drammatico, che è la manifattura. «Sì, io amo i processi industriali», dice Gamberale con un lampo quasi di voluttà negli occhi.