Nel 1985, a Bagnoli, i cancelli dell’acciaieria Italsider si chiusero per sempre. Fino a pochi anni prima, l’impianto fumava giorno e notte, illuminando di rosso il cielo di Napoli ovest; migliaia di operai entravano e uscivano a turno, scandendo il tempo della città. Poi arrivò il lento smantellamento: reparti svuotati, macchinari venduti, officine ridotte a scheletri metallici. All’inizio fu uno shock: prime pagine sui quotidiani, interviste ai sindacalisti, delegazioni di ministri in giacca e cravatta davanti alle telecamere.

Ma col passare dei mesi, il clamore svanì. I quartieri intorno rimasero senza lavoro, i bar si svuotarono, le famiglie sopravvivevano con sussidi e lavoretti in nero. La disoccupazione restava alta, i salari bassi, la rassegnazione sempre più radicata. La crisi non era più emergenza: era diventata la normalità.

Nel 1992, a Prato, il ronzio dei telai cominciò a spegnersi. Per decenni, la città aveva vissuto del tessile: capannoni pieni di filati, tintorie che profumavano di lana bagnata, camion che partivano ogni giorno carichi di tessuti diretti in mezza Europa. Poi arrivò la concorrenza straniera, i margini si assottigliarono, e uno dopo l’altro i cancelli delle fabbriche si chiusero.