di
Valeria Costantini
Il sindacalista romano della Cub Trasporti era a bordo della Suelle: «Costretti in ginocchio per ore, trattati come terroristi. Io volevo solo aiutare il popolo palestinese»
«Dovevo fare qualcosa, non ce la facevo più ad assistere al massacro di civili inermi in Palestina». È nel momento in cui Paolo De Montis cerca di spiegare le motivazioni che lo hanno spinto a bordo della Global Sumud Flotilla, che la sua voce si fa fragile. Il resto del suo racconto, le 72 ore nelle mani dei militari armati, le violenze, il terrore, e prima quel mese da incubo sulla barca «Suelle», è invece un fiume inarrestabile di parole ed emozioni. Dirigente della Cub Trasporti, 65enne romano, operaio delle manutenzioni all'ex Alitalia, non ha atteso nemmeno la pensione, lo scorso 1 settembre, che già era a Catania per l’imbarco.
Sabato è tornato a casa, come sta prima di tutto? «Provato. Rivedere moglie e figlie mi ha ritirato su il morale, ma è stata durissima, i bombardamenti continui, i droni, uno stress infernale».









