Business e valori, etica e profitto. Tenerli insieme è la missione di Emanuela Ellena, a capo dell’omonima azienda meccanica con sede a Brandizzo, nel Torinese, che da anni ha ormai deciso di rifuggire la guerra: «Non contribuiamo alla produzione di armamenti, restiamo lontani dal settore della difesa», racconta lei, che rappresenta la terza generazione di una famiglia che s’è fatta impresa nel 1944, quando la guerra, l’Italia, ce l’aveva in casa. «Mio nonno Giuseppe mi raccontava di quando militari tedeschi gli chiesero di aggiustare un pezzo per il loro carro armato e allora non si poteva dire di no. Poi, per un errore, quel pezzo partì dal tornio e sfiorò il berretto di un ufficiale nazista che non la prese bene». Quella, dice Ellena, «fu la prima e unica volta che mettemmo le nostre conoscenze a disposizione della guerra».
Sono passati più di ottant’anni e oggi l’officina d’allora è una realtà che fattura 20 milioni, dà lavoro a 70 persone ed è impegnata in una complessa traslazione dall’auto all’aerospazio nel suo riorientamento del core business. «Sognavo di fare la scrittrice – racconta lei che oggi ha preso in mano l’azienda, assieme al cugino Paolo Torasso e a suo papà Silvio che mantiene un ruolo di supervisione – ma a Lettere mi annoiavo e ho scoperto che la vera poesia sta nel modellare un pezzo grezzo e trasformarlo in parte di un ingranaggio». Nessuno l’ha spinta sulla strada dell’azienda di famiglia, è stato un amore sbocciato col tempo, quando iniziò – ancora studentessa – a occuparsi di amministrazione.







