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Edoardo De Biasi

Con volumi vicini ai 3.000 miliardi di dollari e una capitalizzazione di 300 miliardi, questi asset digitali minacciano la stabilità finanziaria. L’allarme della Bce

«Tre grandi forze governano il mondo: stupidità, paura e avidità», ha detto Albert Einstein. Questi tre mali sono stati alla base del fallimento di Lehman Brothers. Era il 15 settembre di diciassette anni fa quando una delle più prestigiose banche degli Usa dichiarava bancarotta. Le sue azioni erano crollate a due dollari, con un calo del 97%, a causa del debito accumulato acquistando titoli diventati tossici e quindi invendibili. Fu l’apice della crisi del capitalismo finanziario. Le ragioni del crac sono state molteplici ma la causa maggiore furono i mutui subprime, ossia la concessione di prestiti immobiliari a chi non aveva le garanzie per ottenerli. È ovvio che la responsabilità non è stata di chi chiese il prestito ma di chi lo concesse per intascare le provvigioni. All’epoca la Lehman era talmente grande che nessuno si immaginava la fine che avrebbe fatto. Anzi, viveva quasi un senso di impunità. Si pensava che godesse della regola too big to fail (troppo grande per fallire). La mancanza di controlli produsse un fallimento che costò decine di migliaia di miliardi di dollari, un esercito di disoccupati e ondate di panico.