Da tempo le grandi banche statunitensi hanno dichiarato guerra alle stablecoin, le criptovalute il cui valore è legato a un’attività finanziaria tradizionale (in genere il dollaro, ma anche l’oro) per sfuggire alla cronica volatilità di questi strumenti. Nel 2026 lo scontro ha cominciato a farsi pesante: a febbraio, in occasione del Forum economico mondiale di Davos, in Svizzera, Jamie Dimon, il carismatico capo del colosso bancario Jp Morgan Chase, non ha usato mezzi termini con Brian Armstrong, amministratore delegato della borsa di criptovalute Coinbase, accusandolo di “dire un sacco di stronzate”.

Come mai un’uscita simile da parte di un manager che di solito è tenuto a misurare le parole anche in circostante estreme? Perché a Wall street molti cominciano a realizzare che le criptovalute – e le stablecoin in particolare – minacciano di trasformare radicalmente la finanza e soprattutto di spazzare via i suoi protagonisti storici.

Con la benedizione di Donald Trump e della sua famiglia, che fanno ricchi (e decisamente poco trasparenti) affari con le criptovalute e hanno approvato leggi a favore del settore, le stablecoin continuano a guadagnare terreno. In primo piano c’è Tether, la leader incontrastata del mercato che ha spostato la sua sede a El Salvador, cioè a casa del discusso presidente Nayib Bukele, paladino delle criptovalute, ma soprattutto responsabile di continue violazioni dei diritti umani a danno dei suoi concittadini ma anche degli immigrati che gli spediscono gli Stati Uniti.