Fernando Aramburu sarà oggi il primo spagnolo a ricevere il Premio Malaparte. L’opera che è stata selezionata è Patria. Anticipiamo il discorso che lo scrittore pronuncerà durante la premiazione. Il mio obiettivo iniziale era modesto, a onor del vero. Non aspiravo che a essere poeta, passione poco, o per nulla remunerativa che, una volta raggiunta l'età adulta, mi ero rassegnato a far convivere con una qualche professione più o meno decorosa. Una nuova condizione che non avrebbe presupposto un cambiamento radicale per me, considerando che nemmeno quando ero bambino mi pagavano per giocare. Mi sembrava del tutto naturale passare senza sussulti, crisi di identità o dolore di nessun genere, dagli svaghi dell'infanzia a quell'altro gioco non meno divertente, probabilmente, scoperto in ragione delle mie letture adolescenti. L'affascinante gioco di combinare parole allo scopo di dire cose forse mai dette prima, quanto meno da me e al contempo trovare la preziosa formula che permette di trasferire al linguaggio scritto emozioni, pensieri, ricordi, idee; insomma ciò che in qualunque momento poteva attraversarmi la mente. Forse la parola gioco non è la più precisa in questo contesto benché la questione non mi preoccupi particolarmente. Bisogna solo dare un nome a un modo piacevole di riempire le ore, per quanto, sul piano personale, le conseguenze dell'attività cui desideravo dedicarmi anima e corpo, sconfinassero decisamente oltre i limiti del puro intrattenimento. La volontà di fare letteratura con le mie mani esigeva massicce dosi di dedizione e solitudine, due fattori che da allora in poi, hanno definito la mia vita. Ben presto dovetti abituarmi al controsenso di dovermi assentare dal mondo per starci meglio dentro. Dal mio confinamento reggevo uno specchio; quello che lo specchio doveva riflettere restava fuori. Non mi è facile immaginare uno scrittore che non sia ostaggio di questo paradosso. Come tanti uomini e donne con cui condivido questa vocazione, volevo comunicare con i miei simili e per farlo nel modo meno superficiale possibile dovevo allontanarmene, almeno temporaneamente. Non c'era differenza tra l'isolarsi dentro casa, in una camera d'albergo, nell'angolo di un caffé o nella cantina che sognava Franz Kafka per mettersi al riparo da tutto ciò che poteva disturbare la sua scrittura. Inoltre, la ricompensa per l'isolamento non era poca cosa e ancora oggi mi salva dalla tentazione di pensare che scrivere sottragga tempo alla vita. Mi accorsi che lo slancio creativo comportava una sorta di esplorazione, una gioiosa avventura che, tra l'altro, arricchiva di intensità il fatto difficilmente spiegabile di ritrovarsi dentro la vita. Mi accorsi altresì che il mio impegno di giovane, intento a contare sillabe e a cercare tenacemente di lasciare un'impronta poetica su dei fogli di carta, racchiudeva qualcosa di più importante: un progetto di vita. Al pari di altri che consacravano e consacrano le proprie energie e la propria fede al sacerdozio, al conseguimento di ricchezze, alla conoscenza scientifica, allo sport, all'entomologia, alla politica o a qualsivoglia altro, accolsi sin dall'inizio, con tutte le possibili conseguenze del caso, la mia vocazione incardinata sull'uso estetico delle parole. In altri termini, ricevetti l'illuminazione, non so fin dove corretta, ma certamente ferma e duratura, di poter aspirare a costruire l'essere umano che sono attraverso il costante esercizio della scrittura. Il meglio del progetto è che se non dà un senso alla vita, quanto meno le conferisce struttura e ti tiene occupato spremendoti l'ingegno per la possibilità affatto trascurabile, si concretizzi o meno, di offrire qualcosa di meritevole agli altri. Per tutto ciò bisogna rispettare dei requisiti sui quali non mi soffermerò in quanto ben noti. Mi riferisco alla lettura assidua, allo studio con finalità creative della lingua materna, a una conoscenza il più profonda possibile della natura umana o l'allargamento continuo dell'esperienza dell'esistere. Una voce interiore mi sussurrava che niente di tutto ciò mi avrebbe procurato alcuna soddisfazione se non avessi sottoposto il mio lavoro a un ineludibile principio di sincerità. Sul piano intellettuale non conosco nessun principio di maggiore portata. Sono sicuro che saranno d'accordo con me coloro che non sono estranei all'abitudine di giudicare sé stessi con equo rigore. Credo che la base morale su cui desidero che poggi la mia vocazione letteraria venga proprio da lì: dalla decisione inalienabile di fare della scrittura uno spazio per l'espressione della verità che mi abita. Me lo sono giurato a un'età ancora verde, quando avevo quindici o sedici anni e oggi, a decenni di distanza, sono ancora legato a quel giuramento. Un giorno mi sono detto: ragazzo i tuoi testi potranno essere migliori o peggiori, ricchi o poveri di talento, ma arriverai a loro attraverso due sole strade per te irrinunciabili: l'assoluta cura della forma e la volontà di depositare nelle tue affermazioni quel che il tuo cuore ospita. Avrai sempre la possibilità di optare per il silenzio, è un tuo diritto. Ma, se scegli di esprimerti, pur attingendo all'immaginazione, non fingerai, non ricorrerai all'impostazione, non cadrai nella bassezza di mentire a te stesso. Queste cose, visto che non sei né santo, né perfetto, le lascerai, se proprio ineludibili, fuori dalla letteratura, nei labirinti, non sempre facili, delle peripezie quotidiane. Ho tratto vantaggio per mezzo secolo dal più grande privilegio di cui può godere un artista: quello di permettersi di poter essere sincero senza tema della persecuzione o del castigo. Ovviamente, ciò non presuppone una garanzia di qualità, ma libera i creatori dall'esercizio della sottomissione e dell'occultamento delle proprie idee e sentimenti al solo scopo di evitare rappresaglie. Non ho conosciuto la censura che tanto spesso ha azzoppato le opere di generazioni precedenti la mia. Mai nessuno mi ha tagliato una parola, un rigo, un capitolo. E non certo perché non abbia affrontato argomenti controversi o preso posizione contro quelle di altri che hanno reagito con rabbia e che, lá dove si trovano, forse nutrono nei miei confronti una solida avversione. Fortunatamente per me, nessuna di queste persone ha avuto la possibilità di mettermi a tacere, cosa che, quanto meno sospetto, avrebbero fatto con piacere. Oggi, a Capri, vengo onorato del premio che porta il nome di un intellettuale al quale, da quanto ho potuto leggere, è attribuita la fama di camaleontico. Di qualcuno pertanto che in virtù delle circostanze cambia il colore della propria pelle, per ragioni di diversa natura suppongo e che non mi sento legittimato a giudicare, tra le quali dubito mancasse il fermo quanto umano proposito di attraversare incolume le diverse tempeste della Storia. Sono certo che per la creazione letteraria l'epoca toccata in sorte a Curzio Malaparte sia stata di gran lunga più interessante di quella odierna. Ma mai la scambierei con la nostra epoca democratica, senza dubbio meno ricca di avvenimenti, ma anche meno sanguinosa.Non sono mai stato testimone diretto di qualcosa di simile a quanto descritto da Malaparte in Kaputt o La pelle. Traduzione di Rossana Ottolini