Torino. L’unico modo per raccontare questa storia è raccontarla tutta intera. La ragazza che soffia bolle di sapone in faccia al poliziotto: «Dai, sciopera anche tu». I fidanzati che si abbracciano avvolti nella bandiera palestinese. Genitori e figli. Una marea di quindicenni. Pensionati, impiegati, professori, sindacati, precari, lavoratori. E quel ragazzo incappucciato di nero che spacca tutto, incitato dalle urla che arrivano dal microfono: «Bastardi! Assassini! Merde!». Il ragazzo strappa via quello che trova. Tira calci al cancello. Scrive con lo spray: «Fabbrica di morte». E lancia pietre, tantissime. Piovono pietre contro la sede di «Leonardo», che cadono sulle auto dei dipendenti e sugli scudi dei poliziotti schierati. Piovono pietre per mezz’ora. «Siete complici!», urlano dal microfono. Mentre volano lacrimogeni in direzione opposta, che le ragazze e i ragazzi di questa protesta prendono a calci appena cadono al suolo come fossero palloni da rinviare.
Flotilla, il momento in cui gli attivisti ricevono via radio l'avviso di Israele
Sono tanti i lanciatori di pietre. Almeno una trentina. Ma sono tantissimi, molti di più, quelli che sono lì con loro, per le stesse ragioni, migliaia di persone con gli occhi strabuzzati per i gas urticanti a coprirsi la bocca sotto le magliette, al fondo di corso Francia, al confine di Torino. Eppure se uno si fermasse qui, avrebbe sbagliato tutto. Perché questo è solo un pezzo di una storia enorme.








