PORDENONE - Una figura che ha inciso profondamente sulla propria comunità, sia quella religiosa sia quella civile: a Pietro Giacomo Nonis, vescovo di Vicenza dal 1988 al 2014, è dedicato il grande progetto espositivo che si dipanerà tra l'autunno del 2025 e la primavera del 2026 nei due territori in cui ha operato - lasciando una profonda eredità spirituale, civile e civica. Originario di Fossalta di Portogruaro, terra a cui rimase sempre legato, sacerdote della diocesi di Concordia-Pordenone, fu professore, preside della facoltà di Magistero e prorettore vicario dell'Università di Padova.
A undici anni dalla morte e a 75 dalla sua ordinazione, una duplice mostra farà tappa dapprima a Pordenone (da domani all'11 gennaio 2026) e poi, in primavera, a Vicenza, promossa congiuntamente dal Museo Diocesano di Arte Sacra di Pordenone, dal Museo Diocesano di Vicenza, dalla Fondazione etnografica culturale Pietro Nonis, con il sostegno della Regione Friuli Venezia Giulia, del Comune di Pordenone e della Fondazione Friuli, organizzazione a cura dell'associazione culturale Casablu. L'esposizione pordenonese - la prima in ordine temporale - è a cura di Fulvio Dell'Agnese e propone una settantina di opere, di cui circa la metà sono opere pittoriche e di arti plastiche (oli su tela, sculture, ma anche icone e tempere), il corpus etnografico è costituito da trenta sculture bronzee e lignee con alcune maschere zoomorfe rari pezzi raccolti da Nonis e provenienti dalle diverse latitudini del pianeta, ambito che rimase centrale nell'attitudine al collezionismo di Nonis. Monsignor Antonio Marangoni, presidente della Fondazione etnografica culturale Pietro Nonis e direttore dell'Archivio Storico della diocesi di Vicenza, fu segretario dell'allora vescovo di Vicenza. Che impatto ebbe su di lei l'incontro con monsignor Nonis?«Lo conobbi all'indomani dell'elezione a vescovo di Vicenza. Ciò che più mi colpì di lui fu il suo profondo impegno a livello pastorale, dal punto di vista organizzativo così come caritativo, sia dal punto di vista della formazione e della spiritualità. Era molto attento e vicino ai suoi presbiteri, proprio perché ne riconosceva l'importantissimo ruolo sul territorio. Il primissimo ricordo che lego a monsignor Nonis fu questo suo raccogliere incessante: l'impatto con i tantissimi libri e poi tutta una serie di collezioni che esprimevano una sua passione innata».Questo interesse verso l'arte era anzitutto interesse verso l'uomo?«Sì assolutamente, tanto che al Museo diocesano di Vicenza (a lui intitolato) è conservata la sua raccolta etnografica con oggetti provenienti dai cinque continenti. Poi tutta la serie di raccolte d'arte religiosa, centinaia di piccole icone etiopiche dipinte su pelle di cammello o icone orientali bizantine, croci copte, paramenti antichi, icone rumene dipinte su lastre di vetro. Sono solo alcuni esempi per far intendere come questa attenzione fosse proprio un'attenzione all'uomo nella sua espressione concreta. Nonis era un ricercatore senza sosta: lo stesso vale per la collezione di campane che andava a scovare dai fonditori pur di conservare i manufatti antichi. E ancora quadri, dipinti, disegni, libri, una serie di stampe con i ritratti dei filosofi».Una capacità di astrazione e al contempo una sensibilità spiccata verso il concreto, come coesistevano queste dimensioni di contingente e assoluto?«Aveva questa capacità. Dettava spesso gli esercizi spirituali in cui riprendeva le Sacre Scritture, ma sempre partendo dalla propria esperienza personale, che gli consentiva di scrivere pagine meravigliose, brani documentati che con la sua ars oratoria rendeva ancora più incisivi durante l'ascolto. Gli stetti vicino durante l'episcopato e poi negli 11 anni successivi, fino alla morte, anche quando le gambe non lo tenevano più. Trascorreva gran parte del tempo in biblioteca, a leggere e scrivere sulla sua Olivetti. Morì il 15 luglio del 2014, in ospedale, dove fu ricoverato l'8 luglio, le ultime cose scritte risalgono al giorno precedente. La sua fu una morte molto lucida e consapevole».







