Un autore che ha fatto della sintesi la sua cifra e dell’ironia la lente attraverso cui guardare il mondo. Maicol & Mirco (ovvero Michael Rocchetti) torna a Torino con il suo ultimo libro, “L’isolo”. A Portici di Carta è protagonista insieme a Zerocalcare di un dialogo dal titolo “Liberi di essere impegnati”, domenica 5 ottobre alle 17,30 al Foyer del Toro del Teatro Regio. L’incontro è promosso da Bao, editore ospite della manifestazione, che da anni accompagna il percorso dell’autore marchigiano. Maicol&Mirco, singolare o plurale? «Il nome è rimasto al plurale, anche se ormai lavoro da solo. Mirco si è dedicato ad altro, senza alcuna rottura. Ho tenuto il nome perché mi piace e perché toglie centralità alla figura dell’autore: nei miei fumetti i protagonisti sono i personaggi, non chi li scrive. Le storie non nascono da un soggetto o da una sceneggiatura, sono i personaggi stessi che iniziano a parlare. Scrivo solo di cose che non conosco, di luoghi che non ho visto. In un certo senso, l’autore è sempre un intralcio». “L’isolo” racconta la solitudine con toni delicati e surreali. Quand’è nato? «Questo libro è il risultato plastico del mio approccio: nel momento più buio della nostra società civile, ho realizzato un libro dolce, dove non si parla di morte. Il mio umore era bassissimo, condizionato da ciò che accadeva intorno. All’inizio c’era un’idea minimale, un personaggio solo su un’isola. L’editore mi ha detto di lavorarci. Da lì è cominciato tutto». L’isola che cosa rappresenta? «È un luogo di isolamento, di ritiro. Il libro parla di solitudine, ma nei fumetti non si è mai davvero soli, c’è sempre un dialogo, una voce, un interlocutore. In questo caso il lettore è geolocalizzato nell’acqua e osserva l’isola da fuori, subendo le vicende, costretto a restare a distanza». L’incontro con Zerocalcare s’intitola “Liberi di essere impegnati”. Qual è la sintesi tra comicità e profondità? «Chiunque compia un gesto artistico è già una persona politicamente impegnata. Spesso si pretende che l’impegno passi attraverso dichiarazioni esplicite, ma in realtà qualunque storia è politica. Se è davvero completo, l’autore è immerso nella politica. Credo sia giusto che i fumettisti (e non solo loro) prendano posizione, anche attraverso i loro personaggi. A me personalmente piace essere tirato per la giacchetta, significa che qualcuno riconosce il valore di ciò che faccio». Oggi il conflitto di Gaza interroga chi racconta l’attualità. Come si fa a trovare un linguaggio adeguato? «Trovo sia giusto schierarsi. Spesso i politici non parlano, ma in questo caso il silenzio è già una scelta. È una guerra in cui i soldati ammazzano facendosi i selfie. Sono cambiati i tempi, i meccanismi di comunicazione. Sono rimasto colpito da figure popolari che hanno detto la loro, come Enzo Iacchetti o Antonella Clerici. È il segno che non si può restare indifferenti». C’è ancora spazio per un pensiero critico e disobbediente nel giornalismo e nell’editoria di oggi? «Il fumetto può essere militante, perché è un linguaggio potente capace di raccontare con semplicità cose complicatissime. Esiste da più di cent’anni, ma è stato con “Maus” che ha conquistato un riconoscimento diverso. Un fumetto può arrivare dove un libro non riesce, non per sostituirlo ma perché parla una lingua diversa». Che ruolo ha avuto Bao nel tuo percorso? «Vengo dall’auto-produzione, che considero un linguaggio nobile. Potrei dunque fare a meno di un editore classico ma Bao per me è stata fondamentale. Mi ha permesso di fare libri impensabili, come “Il papà di Dio”. Ha dato ai miei lavori un vestito che io non avrei saputo cucire, seguendone le esigenze editoriali e promuovendoli con intelligenza».