Svolta rivoluzionaria nella Chiesa d'Inghilterra dopo 500 anni di storia. La comunità anglicana, confessione nazionale di riferimento dell'isola, si affida per la prima volta alla guida di una donna, Sarah Mullally, eletta alla carica di arcivescovo di Canterbury in risposta agli scandali sessuali, di pedofilia e di accuse d'insabbiamenti che hanno investito anche oltre Manica non pochi presuli uomini.
La sua designazione è stata formalizzata dall'assemblea sinodale di un'istituzione il cui capo nominale resta il sovrano britannico regnante. E sotto la supervisione di una sorta di comitato reale di garanti, la Crown Nominations Commission for Canterbury, presieduta niente meno che da un ex capo dell'MI5, i servizi segreti interni di Sua Maestà, lord Jonathan Evans. Ma al di là di questi aspetti, che sottolineano ancora il legame con il potere monarchico di una Chiesa nata dallo scisma di re Enrico VIII collocatasi poi col tempo a metà strada fra la tradizione cattolica e la riforma protestante, rappresenta il suggello a un cambiamento d'immagine radicale consumatosi in un decennio. Simboleggiato dai toni garbati quanto fermi di una donna che ha diviso la sua vita fra l'impegno di lavoro nella sanità pubblica e quello ecclesiastico. E che oggi parla di sé come di "una pastora" - richiamo già caro a papa Francesco - incaricata di provare a restituire fede a un gregge disperso: decimato dal secolarismo, in imbarazzo di fronte al fango riversatosi sulla gerarchia.













