Se non c’è stata ancora una risposta da parte di Hamas, è perché Hamas sta cercando un modo per non dire no e per non dire sì. Non è la più semplice delle operazioni. I miliziani responsabili del pogrom del 7 Ottobre sanno fin troppo bene che sottoscrivere quel piano, approvato da Trump e modificato da Netanyahu, significa firmare la propria fine, perché, in base ai 20 punti del testo, non avranno più alcun ruolo, né potranno mai averlo, nella Striscia di Gaza. Oltretutto, se accettano dovranno deporre le armi, o almeno far finta di farlo, sotto gli occhi dell’esercito di Israele.
I gazawi, tuttavia, gli stanno chiedendo di accettare il piano perché, pur non essendo un buon affare per il futuro della Palestina, non ne possono più di morire a frotte sotto le bombe di Israele. Ancora ieri 77 uccisi. I Paesi arabi e musulmani spingono in tal senso, nonostante abbiano capito che Netanyahu, durante la trasferta negli Stati Uniti, è riuscito a cambiare un testo che si voleva già definitivo, ritoccando due punti cruciali: il disarmo delle Brigate Qassam e il dilazionamento del ritiro delle truppe israeliane. «Incontriamo i rappresentanti di Hamas, insieme con i nostri fratelli del Qatar e i colleghi turchi, per convincerli a rispondere positivamente», afferma il ministro degli Esteri egiziano, Badr Abdellaty. Nel frattempo il Qatar ha contattato il governo Usa per revisionare le parti contestate.










